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Concorso narrativo “La mia Siria”: ecco i lavori premiati!

Posted by on 18 giugno 2014 in Eventi | 3 comments

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Come anticipato da un nostro post dello scorso febbraio, il 30 maggio scorso si è conclusa la fase di raccolta dei lavori dei partecipanti al concorso narrativo "La Mia Siria", ideato dalla dott.ssa Rosanna Sirignano per riabilitare la regione del Bilad as-sham nel nostro immaginario collettivo con l'ausilio del potere della narrazione.

La giuria composta da Luca Bauccio (avvocato, fondatore di Youreporter e Radio DirittoZero ), Mario De Prospo (coordinatore del Presidio del Libro di Avellino), Roberto Deriu (poeta, scrittore, giornalista) Antonio Guarino (poeta) , Fatima Ouazri (laureata in Lingua e Letteratura araba), dal nostro presidente  Francesco Evangelista e dalla nostra Regina De Valenzuela, ha deciso che il lavoro che si aggiudica in premio 10 lezioni a scelta tra Arabo Standard, Arabo palestinese, Arabo siriano oppure Storia e cultura dei Paesi arabo-islamici è quello composto da Federica Cicerchia. Sono stati giudicati degni di essere pubblicati e diffusi anche i lavori di Sabrina Iannazzone e Filomena D'Andrea. Per maggiori informazioni scrivere a : lamiasiria@libero.it

Ecco quindi di seguito pubblicati i lavori che hanno maggiormente brillato per estro e potenza immaginifica. Facciamo comunque i nostri complimenti a tutti coloro che hanno risposto positivamente a questa iniziativa! Grazie a tutti! 

(scorri i racconti con le frecce laterali)

 

 
 

La bellezza della Felicità

di Federica Cicerchia

Ci sono luoghi speciali che ci porteremo dentro negli anni e che continueranno a rivivere fra i nostri ricordi più belli.

Bevevo il the nel bel mezzo del mercato di al-Hamiddya, nel cuore pulsante di Damasco,nella cittadella. Era Maggio. Maggio a Damasco si tinge di colori limpidi. Il cielo vibra di un azzurro cristallino, tanto che sembra di scorgervi il mare del golfo di Latakia, luccicante, a nord della costa siriana. L’aria frizzante e pulita accarezza i petali dei fiori dei ciliegi che costeggiano le vie del centro, facendoli fluttuare in aria, delicati.

Adoravo quel luogo, non me ne sarei mai andata. La sua travolgente bellezza aveva il potere di incantarmi. Saranno state le sue tinte, i suoi odori o gli occhi così profondi e scuri degli abitanti della città, che mi catturavano quando mi ritrovavo a passeggiare per strada. Erano gli stessi occhi che mi osservavano caldi in quel pomeriggio di Maggio, sorridendo dietro una tazza di thé alla menta. Erano occhi di vita, di esperienze, di dolori condivisi e di donna, soprattutto.

Si chiamava Farah. Ci eravamo conosciute pochi anni prima, quando arrivai in Siria per la prima volta per lavoro, come fotoreporter. Avevo ventisei anni e non conoscevo nessuno.

-           Ti ricordi la prima volta che ci siamo conosciute?- le domandai con una vena di nostalgia nella voce.

-          Certo che me lo ricordo. Eravamo così piccole e anche così selvagge.  Farah sorrise leggera, dondolandosi sulla sedia, con aria spensierata. Fra le due io ero decisamente più romantica, più “nera”, come amava chiamarmi, mentre lei era decisamente più leggera, più incostante, come il vento che faceva gonfiare lo scialle color sabbia che portava avvolto attorno al collo, in quel pomeriggio tiepido. Nel tentativo di coprirsi il petto,  Farah lo faceva fluttuare in aria, con movimenti ampi.  

(...)

-          Tu portavi dei jeans strappati e un top aderente verde acido. Fra l’altro, lasciatelo dire, era davvero orribile. Come ti era venuto in mente di indossarlo?

-          Eri davvero una piccola ribelle - feci io, guardandola con un lampo di malizia.

-          È vero – rispose Farah. – Ero ribelle, incontrollabile  e avevo tanta voglia di andarmene.

Si sistemò con teatralità sensuale una ciocca di capelli nero pece che le era scivolata fuori dallo chador.

-          Ricordo che stavi correndo talmente forte che mi sei venuta a sbattere a un certo punto, e siamo finite tutte e due faccia a terra. Stavi scappando dalle guardie del corpo di tuo padre. Mio dio, sembravano dei gorilla in giacca e cravatta. Ma tu non ti facevi mai prendere.

-          Già.

 Per un attimo, notai un velo di malinconia stendersi sul suo volto. Farah si abbandonò al ricordo della sua infanzia; succedeva spesso quando rievocavo certi ricordi. Figlia primogenita del presidente siriano, Nasser al -Masri , a diciassette anni cominciò a frequentare i primi circoli rivoluzionari di Damasco, ovviamente contro il volere del padre. Addobbarsi come “una sporca occidentale”, così l’apostrofava lui  durante una delle sue ramanzine lamentose, e militare nel partito d’opposizione, era l’unico modo per opporsi ad alcune regole della sua famiglia. All’epoca  Farah ci riusciva con abilità a dir poco magistrale, scappando da una cantina all’altra, da una lezione di storia contemporanea a un comizio in piazza Al- Merije, nel tentativo di sfuggire alle grinfie degli uomini di suo padre, che avevano il malaugurato compito “tenerla d’occhio”. Malgrado tutto, aveva una forza d’animo interiore, una rabbia viscerale così primordiale da renderla , ai miei occhi, una creatura semplicemente straordinaria. 

(...)

-          Sono passati molti anni. Damasco non è più la stessa, noi non siamo più le stesse. Ma alla fine sono contenta di tutto ciò che ho fatto. Le cose per me si sono sistemate, chi l’avrebbe mai detto-.

Bevve un sorso di thé, sciogliendosi in un silenzio magniloquente.

Restammo qualche minuto senza parlare, sedute in quel caffè. Ci piaceva ritagliarci il nostro spazio di tempo ogni tanto, lontano dal lavoro incombente e dai pensieri. Il nostro viaggio nei ricordi cominciava proprio alla cittadella, in quel mercato chiuso all’occidentale, intriso di fumo di sigaretta e odore di frutta fresca e dolciumi al miele delle bancarelle.  Ruppi il silenzio.

-          Dai, andiamocene.

-          Buona idea- Farah si aprì in un sorriso  a dir poco magnifico.

Percorremmo a piedi tutto il mercato, sfilando fra i colori degli abiti di seta e i profumi dei sacchi di spezie delle drogherie. Camminammo fino al quartiere di Salihiyya, nella parte più vecchia della città. Negli ultimi anni Damasco si era ingrandita parecchio. Interi quartieri erano stati rasi al suolo dopo l’avvento della terribile guerra civile che aveva macchiato di sangue ed lacrime tutta la regione.  Nel giro di pochi anni, erano nati quartieri e  palazzi progettati alla maniera “occidentale”, come dicono qui, con strade ampie e viali alberati, segno che la popolazione civile aveva cercato a tutti i costi di dimenticare ciò che era stato, sognando un’ identità nuova, che avrebbe permesso ai giovani di respirare. A noi però piaceva girovagare nel cuore vero siriano, quello fatto di mattoni, di marmo, e di spazi più raccolti.

Mentre camminavamo, un vento piacevole accarezzava le cime degli alberi di arancio che sputavano qua e là dai giardini interni delle abitazioni.  Agli angoli delle strade polverose , gruppi di anziani giocavano a backgammon, ridendo e parlando a gran voce , felici, mentre alcune mamme richiamavano per la cena i figli che giocavano anche loro per strada.

(...)

Quando arrivammo alla moschea  di Ommayyadi, si erano fatte le sette di sera. A quell’ora una calda luce rossa si stagliava lungo la facciata bianco avorio della cupola della moschea ,che si ergeva sull’ ampia piazza centrale. Attorno a noi, un quadrato di archi slanciati e mosaici geometrici impreziositi d’oro,si specchiavano luccicanti nel marmo bianchissimo dei lastroni della piazza, mettendo in risalto il loro passato sfarzoso.

Restammo lì per un po’, mantenendo un silenzio profondo. Poi a un certo punto Fariah si voltò verso di me :

 

-          Ti devo portare in un posto, ma dobbiamo prendere un taxi per andarci.

Annui incuriosita, anche se intuivo dove mi volesse portare.

Non appena arrivammo in cima al monte Qassyoun, il sole stava tramontando, lasciandosi dietro di sé una scia rosso fuoco che serpeggiava su tutta la città. Da quel punto esatto, così in alto, si poteva vedere tutta la città. Ci sedemmo su un muretto di fronte al panorama e , a un tratto, mi uscirono quelle parole:

-          Sei felice?- chiesi a Farah.

-          Sì, adesso sono felice- rispose.

Mi rimboccai un po’ il soprabito e subito avvertii un brivido di felicità scorrermi lungo la schiena. Stavo bene, stavamo bene. Fariah riprese a parlare, tenendo lo sguardo fisso sul panorama.

-          Vedi, tutto questo poteva essere nostro e ci siamo riuscite. Ricordi? “non c’è nulla che non sia possibile , per noi”. Avevamo promesso che non ce ne saremmo mai dovute andare ed eccoci qui  - .   Sorrisi annuendo, mentre continuavo a godere della vista.

Ci si sente così piccoli di fronte a spazi così infiniti,ma allo stesso tempo così potenti; e forse è proprio questo che ci procura piacere nell’osservare un panorama, sentire che possiamo spingerci, anche solo con lo sguardo,  un po’ più in là di quanto di solito ci è concesso, e di volare via, altrove. 

(...)

-          Sai, mi piace davvero tanto il libro che hai scritto su tutto questo. Penso sia davvero straordinario. Hai scritto di vite, hai scritto di paesaggi e.. di noi – Farah pronunciò quelle parole lentamente, scrutandomi da sotto il suo scialle.

-          Non è merito mio..non è forse merito di questa “Terra dei Poeti” che mi ha ispirato così tanto?

Indicai la città sottostante. Mentre parlavamo, piccole luci cominciavano ad accendersi, a poco a poco, sotto di noi.

 Le presi la mano: era calda e la mia mano era così fredda; scossi la testa e sorrisi.

-          È per questo che ti amo.

Non appena baciai Farah, il buio abbracciò la città sottostante, facendola sprofondare in una  sfavillante quiete notturna . Migliaia di luci si erano accese di colpo e ci sorridevano da laggiù.

Sì, quella era la mia casa. La nostra casa. 

Federica Cicerchia

Racconto di Sabrina Iannazzone

Camminava Nadia, correva a nascondersi dietro la pietra più appuntita lì su al Jebel. Il muezzin già chiamava alla preghiera del Maghrib, mentre lei, dall’ultima curva prima di arrivare alla grande spianata sul monte Qassioun, aveva intravisto l’angolatura perfetta dove rifugiarsi con la sua Nikon. Anche quella sera, era uscita correndo da casa per raggiungere il suo monte, alla ricerca del punto migliore da cui catturare un panorama mai visto, la sfumatura di luce del sole quando cala sulla punta del minareto della moschea di Damasco e  riflette l’oro della cupola di Sayyidah Zaynab.

A Nadia piaceva salire sul Jebel alla sera, mentre il sole scompariva all’orizzonte lasciando dietro di sé una striscia di arancione. Forse perché era un ricordo d’infanzia che amava rivivere ogni giorno; non avrebbe mai dimenticato la prima scalata al monte sulle spalle del suo papà che, dall’alto della cima con la vista in penombra sulla città intera illuminata da minuscoli punti di luce, le raccontava la fiaba di Aladdin, indicandole di qua il palazzo della principessa e di là trasformando il suq al-Hamidiyah nel mercato dove Aladdin amava bighellonare e vivere alla giornata. Il personaggio di Aladdin l’aveva sempre affascinata, un ragazzo come tanti, senza pane né arte, ma con due occhi spalancati sul mondo, contento perché libero, libero perché contento. Dopo tanti anni, il monte lo conosceva come casa sua, ma ogni volta le sembrava di trovare una prospettiva ancora non scattata e di respirare quella fresca sensazione di libertà e spensieratezza, che sulla terra era soffocata dalle preoccupazioni degli uomini e delle donne. 

(...)

..

Iniziava la sua scalata sempre poco prima del tramonto, quando gli altri si preparavano a scendere per raggiungere famiglia ed amici a cena, tranne qualche giovane coppia di innamorati che vedeva nell’oscurità della notte un buon complice per scambiarsi un bacio al sapore di stelle.. le stelle, l’oscurità, l’immenso blu e le lucine gialle, bianche e verdi in lontananza che donavano nuovi contorni alle case in miniatura di Damasco, era quella l’immagine del monte che voleva rivedere e fotografare. La gente credeva di non poter veder nulla a quell’ora di sera, ma Nadia sentiva di riuscire a cogliere l’essenza della città soltanto sul far della notte, quando il buio permetteva alla fantasia di sprigionarsi in mille forme diverse e imprevedibili, sotto l’unica guida delle stelle.. e le luci della città le sembravano da lassù quasi delle fiaccole in movimento, un segno eterno di speranza e di vita.

Da lì, immaginava che ogni lucina era una persona e ogni persona un’esistenza.. e il pensiero correva subito a quelle serate sul tetto da ragazzina.. ah, quanto le erano mancati i tetti di Damasco. Da quando era partita, aveva sentito il bisogno di tornare solo per salire in cima ad un  tetto, non importa quale. Un tetto raccoglie un’esistenza e da nessun’altra parte si può trovare il tempo di assaporare un viso, scrutare uno sguardo, o un gesto, e immaginare una storia. Si, ogni tetto era una storia e Nadia amava le storie.

Ricordava benissimo di una festa, quando lei era bambina. Era una delle ultime sere d’estate, di giorno faceva ancora molto caldo, ma l’aria fresca della sera annunciava Settembre. Quel giorno, la casa di sua zia si era trasformata in un laboratorio, un via vai confuso e a ritmo allegro di pentole, voci, cuscini colorati; 

(...)

tutto in attesa della sera. Non ricorreva nessuna occasione speciale da festeggiare, ma, del resto, c’è veramente bisogno di un’occasione per festeggiare? No, e la zia lo sapeva; lei, che aveva trascorso il pomeriggio a inventare varianti improbabili di fattoush, per sorprendere tutti, piccoli e grandi, ma soprattutto se stessa. Da brava cuoca, sosteneva che il gusto di una ricetta sta nella fantasia e che un semplice pomodoro può assumere mille sapori diversi, se si trova la combinazione giusta di ingredienti. Come darle torto. Verso le otto era tutto già pronto e allora la serata iniziava. Gli ospiti entravano e venivano guidati fino al tetto, uno spazio quadrato con un’estremità tagliata su un lato dove si affollavano teli colorati e cuscini. Un telo poteva accogliere fino a dieci persone, ma si finiva sempre per essere di più, un paio di ospiti inaspettati erano la regola. Al centro, una sola candela o una torcia. La zia diceva che la notte era fatta per essere buia e le luci servivano a chi aveva perso l’arte dell’immaginazione e trovava più appagante spiare tra i tetti vicini. In effetti, la semi-oscurità sembrava arrestare le lancette dell’orologio e proiettare tutti in un clima di grande serenità. Gli ospiti parlavano, ridevano, si abbandonavano al tempo della nostalgia, mentre gustavano pian piano i piatti intorno a loro e ogni boccone si trasformava in un ricordo, in un attimo irripetibile. Il bello di serate come quella stava nel fatto che nessuno sapeva cosa aspettarsi. Il più delle volte, dipendeva dagli ospiti, se la serata si concludeva intorno a una poesia, al suono di un oud, o tra le battutine smorzate delle donne. Quelle sera, però, fra gli ospiti si nascondeva una ragazza. Nadia e la cugina l’avevano osservata durante l’intera cena. Non viveva nel quartiere, era una “nuova”.

(...)

Lo zio diceva che si era trasferita da poco da Amman, avrebbe sposato Ali, il fattorino del fruttivendolo.

Chiunque fosse, mentre la zia serviva già il tè, la splendida ragazza, con la carnagione lattea ma gli occhi scuri e intensi, appare sull’ultimo telo in fondo, dove stavano i bambini e, al primo dum della darbuka, inizia a scolpire con i fianchi passi di danza e a volteggiare  mani e  braccia verso il cielo. Gli sguardi curiosi e affascinati da ogni singolo movimento del corpo restituivano un’immagine di armonia, un coro improvvisato di voci ma, non per questo, meno all’unisono. Il coro della vita era lì, su quel tetto, racchiuso in un passo di danza.

(...)

Sognando Dura

Racconto di Filomena D'Andrea

La conosco una storia sulla Siria, ma non ci sono mai stata.

Parla di un siriano che ha abitato in Calabria.

Penso che va bene, tanto che cos’è una Nazione senza la sua gente?

Una rondine non fa primavera e un siriano non fa la Siria, ma vuoi mettere quant’è bello vedere la prima rondine? Anche Salim era bello.

La prima opera d’arte è la mia storia d’amore.

La seconda è Dura Europos.

La terza non esiste per me, perché oggi lui torna al suo Paese.

Si chiama Salim e infatti si è salvato da tante cose.

Ha lasciato la Siria, ha lasciato la jámia, gli amici, la fidanzata.

«Torno, Karima! Ti prometto che torno e ci sposiamo!»

Ieri abbiamo fatto l’amore, come la prima volta, con la consapevolezza di abbandonarci da un momento all’altro.

Parla sempre di lei, della Siria.

Parla sempre di lei, di Karima.

Non ha occhi, pancia e cuore per nessun’altra.

Stava per laurearsi in Beni culturali a Damasco, ma in Europa non ce l’ha fatta ad essere più di un manovale. Non gli importa. Quel che c’è c’è. Si accontenta.

«Ehi, Salim, qui ci sono anch’io, anche di me ti accontenti? O ti piaccio davvero?»

«Io ti voglio bene, lo sai, ma amo Karima».

«Se l’amavi non la lasciavi là, te la portavi quando sei partito».

«Non è facile come pensi tu, professoressa!»

Quando esce Karima, litighiamo sempre.

Alla fine chi si accontenta sono io, ad amare un uomo che ama un’altra.

Antonio, il mio collega, mi chiede spesso di uscire, ma preferisco aspettare Salim la sera, dopo il lavoro.

Ogni volta che sposta mattoni o pittura una parete, pensa alle case della Città Grigia, ogni muro che alza in un palazzo di Catanzaro per conto del suo padrone è un tetto per sua moglie, ogni secchio di cemento che impasta un pranzo per i suoceri.

(...)

«Incredibile. Voi calabresi vi prendete le armi chimiche della Siria! Vi ribellerete a Gioia Tauro? La Italia sempre fa quello che dice la America! Le armi sì, i clandestini no».

Ma la guerra è finita e la Calabria non gli è mai piaciuta abbastanza.

Insegnavo italiano a venti stranieri, quando un giorno è arrivato lui, capelli neri, occhi verdi, snello ma con i muscoli saldi.

«Maestra, conosci Dura Europos?»

«No, cos’è?»

«Voi la chiamate “Pompei del deserto”, è una città vecchia, vecchissima, vicino all’Iraq, vicino al fiume al-Furát. Conosci al-Furát? Fiume importantissimo! Tu sei maestra e non conosci al-Furát?! Dijla wal-Furát!»

«Non capisco»

«I fiumi de la civiltà, anche fiumi de la vostra civiltà; il famoso Bilád ar-rafidáini! Il paese dei due fiumi Dijla wal-Furát, Tigr wal-Furát»

«La Mesopotamia! Il Tigri e l’Eufrate!»

« Sì! Tigri Eufrate! Ahi, maestra maestra, oggi impari una cosa nuova, oggi io sono il tuo muallim!»

Tutti si misero a ridere, anch’io per nascondere l’imbarazzo.

Che stronzo, mi fece sentire un’ignorante davanti al resto della classe.

Mi prendeva in giro e interveniva solo per provocarmi.

Quando parlavo io, lui mi guardava la bocca, me ne accorgevo e mi metteva in difficoltà.

Era già capitato con altri alunni che mi avevano invitato ad uscire, che mi chiedevano se ero sposata o fidanzata per farmi delle proposte, ma con lui era diverso.

Non mi diceva niente, mi fissava solo con quella faccia da sfida, senza complimenti, senza inviti, mi sorrideva e mi guardava la bocca.

Dopo due settimane gli diedi il mio indirizzo, aprii la porta e mi baciò.

Nel monolocale c’era una grande carta geografica appesa al muro, io ci vado pazza, da Catanzaro posso vedere le montagne e i fiumi della Russia o dell’America Latina, affacciarmi sulle spiagge del Marocco e della Tunisia, e la mattina posso svegliarmi in Egitto o in Mozambico, in qualsiasi parte del mondo.

(...)

Salim mi prende sottobraccio e mi fa vedere dove si trova Dura Europos; poi, seduti sul letto, si mette dietro di me con le gambe aperte e mi copre gli occhi: comincia a descrivermi tutte le porte, le vie e i dipinti della città, com’è il caldo del sole e chi incontriamo lungo la strada.

«Oggi è un giorno importante, 30 marzo 1920 e un soldato inglese sta scavando una trincea, quando a l’improvviso comincia a cacciare da la terra dei muri pitturati. Dopo un poco di tempo arrivano gli archeologi da Baghdad e squadre di francesi e inglesi fanno uscire una città intera: templi, pitture, armature romane, i papiriús, il mitreo, al-kanís la sinagoga, la chiesa cristiana e il più antico battistero del mondo, il teatro per le gare di poesia e musica, e tanti tantissimi affreschi, per questo la chiamano subito “Pompei del deserto”. La sua forma è come le città di Hyppodamos de Milet, con le strade tutte diritte e la midán al centro. Non c’era stato il vulcano che aveva conservato tutto, c’erano stati gli uomini che avevano coperto con la terra tutti i muri per fortificarli, per questo Dura Europos è tornata a la luce quasi come se era sepolta da un giorno. Nasce come un antico villaggio semitico, poi diventa una città dei selesìd che gli hanno dato questo nome, e poi la città dei confini mashreq de l’impero romano; da l’altra parte c’è un’altra cultura, cultura farisiyya. Capisci, Dura Europos è una frontiera di popoli, di pace e di guerra».

Ma la guerra adesso è finita, e Salim parte e non mi bacerà più.

Karima l’aspetta da più di quattro anni per sposarsi e farci dei figli.

Lui smetterà di fare il manovale oppure ricostruirà i palazzi distrutti, per conto di chissà quali imprese straniere che arriveranno a fare soldi.

(...)

«Lei era in tutti i libri antichi e noi lo sapevamo che stava là, e l’Europa sapeva che per conquistare il nostro popolo doveva conquistare tutte le nostre radici, i nostri posti, le nostre città vecchie e nuove, quelle sopra a la terra e quelle sotto a la terra. C’erano gli inglesi perché era il tempo de la rivolta araba, e loro dicevano una cosa agli arabi e un’altra cosa ai loro grandi alleati. “Se combattete i turchi avrete l’indipendenza”, invece a tavolino di Francia e Russía gli inglesi avevano diviso tutta la nostra terra per comandare loro dopo la guerra».

Ma la guerra è passata, e la Calabria non gli è mai piaciuta abbastanza.

Torna da Karima e sono sicura che sarà felice.

«Scrivimi, Salim, almeno fammi avere notizie di te».

Che magari seppellirà tutte le cose brutte, finirà l’università e lavorerà nella città che sogna: Dura Europos.

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3 Comments

Partecipa anche tu alla discussione!

  1. Filomena D'Andrea

    Cara Maria Antonietta, ti ringrazio per questo bellissimo commento che leggo solo ora.
    La mia è una storia immaginata con il cuore, perché non ho mai visitato quei luoghi, ma in questo momento sono felicissima di essere stata apprezzata da chi quei posti li conosce bene.
    Un abbraccio

  2. maria antonietta carta karroum

    Cara Filomena D’Andrea,

    La tua storia è magnifica e tanto vera che mi ha fatto piangere.
    Ho vissuto per 33 anni in Siria e oggi in Italia, io che sono italiana, mi sento una profuga.
    Anche io come Salim non ho cuore che per la mia amata martoriata Siria.
    se vuoi, ti racconterò di Dura Eurpos lambita dall’Eufrate azzurro come il cielo e on le mura tempestate di quarzo che brillano al sole . un abbraccio, maria

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