Progetti & Idee per l'Inclusione Sociale

L’arte come esperienza di conoscenza

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Ha senso, ci si potrebbe chiedere, condurre degli extracomunitari, spesso migranti, a visitare musei?

E’ un’operazione corretta, sapendo che ci sono comunità religiose che non ammettono la rappresentazione del corpo?

Ci si potrebbe ancora chiedere serve a qualcosa, soprattutto se ci s’imbatte all’arte contemporanea?

Certo in momento in cui l’estetica ha rinunciato a pensarsi come scienza che trae la propria validità dall’esattezza del metodo d’indagine e dove la filosofia (e non solo l’estetica filosofica) si riconosce ora molto meno sotto il modello della fisica, e sempre più sotto quello dell’arte, sembrerebbe arduo.

Evidentemente non è così se già Gadamer, negli anni ’50, affermava che non la scienza, ma l’arte e la storia sono le forme della conoscenza umana, i modi cioè in base ai quali comprendiamo noi stessi e il mondo.

Forse è questo che hanno inteso, i volontari dell’Associazione “Nova Koinè” di Marigliano predisponendo, appunto, un tale programma di “uscite fuori porta”.

Non si tratta di rapportarsi col bello per alleviare le ben più gravose sofferenze fisiche e morali a cui costoro sono sottoposti. Anche perché il bello va prima di tutto percepito e supportato da conoscenza, per far si che appartenga al proprio parametro di “bello”.

Questo ha nulla a che fare con l’applicazione per ipotesi meccanica di un methodos, ma è piuttosto un cammino, un procedere che si apre di fronte a ciascuno in forme sempre o comunque diverse. Si potrebbe dire “l’arte di trovare ciò che non si sta cercando”.

Se, infatti, la scienza è fondamentalmente la capacità di entrare in rapporto più stretto con la natura, grazie a un processo basato su domande e risposte, non c’è tuttavia ragione alcuna per limitarsi a una procedura che consiste nel porre domande e nel risolvere problemi già formulati. Anzi, chi adotta questo punto di vista limitativo, che si confina all’interno di quest’area d’azione non usa il proprio cervello nella maniera più efficiente. Quando s’è formulata una certa domanda e s’è poi trovata la risposta, si scopre che la risposta, sempre che sia soddisfacente, di solito si adatta alla domanda non come un costume da bagno, ma piuttosto come un’ampia tunica: un metodo nuovo comporta sempre una grande inventiva ed è quindi davvero poco probabile che il suo valore possa limitarsi alle domande che hanno già trovato formulazione.

E’ necessario cambiare di tanto in tanto direzione. <Come posso risolvere questo problema?>. Ecco, l’arte può essere la strada.

L’arte che governa le nostre scelte e opinioni ha a che fare con l’esperienza di un’estetica diffusa, quella delle comunicazioni di massa come momento di catarsi collettiva e di riconoscimento entro un certo numero di luoghi comuni partecipati. Ma allora la promessa di felicità dell’arte non ha a che fare tanto con una richiesta di autenticità, dove l’arte svelerebbe i segreti del nostro cuore, risarcendo affetti lesi, quanto piuttosto con l’affermarsi di una generale inautenticità. Siamo più inclini a esteticizzare la nostra vita non perché vi riconosciamo il segno di un destino e di un’umanità bella, bensì perché favola e mimesi è diventato il mondo dell’industria e della tecnica, in cui s’impone un universo di apparenze (la pubblicità , i vestiti, le isole delle vacanze) che ha molto a che fare con le favole degli antichi e con il mondo dell’ arte in genere.

Il simulacro, la copia senza originale, la mimesi assoluta sembra incarnare i caratteri del mondo contemporaneo. Non è dunque solo un vantaggio conoscitivo o esistenziale che si cerca nella rinascita di un paradigma estetico, ma proprio una questione di gusto.

Certo l’idea di assumere i canoni stilistici per quanto accurati non costituisce di per sé solo una garanzia di riuscita. Ma non per questo si potrà negare che la ricerca, sebbene di metodo, poggia in modo non secondario anche nella critica e nella storia elaborate nell’esperienza.

In modo banale si è solito asserire quanto l’arte e la cultura, per intuito e sensibilità , riescono a percepire in maniera più profonda e completa della fredda politica e a vedere più distante di quest’ultima, realizzando cose incredibili, riuscendo a superare o abbattere muri artificiali, creando correnti umane di simpatia, affinità e fratellanza.

Tutto perché è nella diversità che si può innescare il dialogo, l’uguaglianza ha il solo compito di trarre consensi.

di Claudio Bozzaotrawhatsapp-image-2017-06-13-at-19-12-28 whatsapp-image-2017-06-13-at-19-12-29 whatsapp-image-2017-06-13-at-19-13-37 whatsapp-image-2017-06-13-at-19-14-11

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